Questo articolo – che non vuole essere “scuola”, ma semplicemente una riflessione aperta – è stato ispirato da una lezione: “io voglio capire cosa sto suonando!” è stata l’esclamazione di uno studente. E siamo entrati nell’argomento “teoria musicale” vs. “studiare gli altri armonicisti” o, più apertamente, “studiare i riff degli altri musicisti”.

 

Spesso le due parole “teoria musicale” spaventano noi armonicisti che, volentieri (e ci siamo passati tutti, almeno nel Blues), preferiamo studiare le frasi di qualche nostro eroe e riproporle fedelmente o “cambiate di contesto” perchè ormai le padroneggiamo.

 

Non c’è nulla di male in questo, ma in qualche modo ci limita. Non solo nel contesto musicale in generale (quindi a prescindere dal genere), ma anche nel Blues.

 

Questo, riflettendoci, potrebbe essere perchè semplificando molto il tutto (ma rimanete con me ancora un attimo), possiamo dire che la musica che suoniamo – su qualsiasi genere – è caratterizzata da “teoria” (quali note usiamo? perchè? che effetto mi danno? come posso capirlo in relazione agli altri strumenti, tonalità, accordi? etc…) e “linguaggio” (come usiamo quelle noteattorno a quali scale sono costruiti i riff? e gli accordi? quali ritmi vengono usati? etc…).

 

 

 

Nella pratica studiare i fraseggi dei nostri musicisti preferiti e impararli a memoria è un fantastico modo di imparare il linguaggio che funziona perfettamente nel genere sul quale suonate, magari, ma potrebbe mettervi in difficoltà nel caso vi muoviate al di fuori del terreno musicale del vostro eroe.

 

Chiaramente questa non è una regola aurea! Fattori personali come musicalitàorecchio e talento aiutano certamente a sopperire a mancanze teoriche.

 

Ma perchè limitarci ad affidarci a qualcosa di così “incerto” come questi tre fattori? E soprattutto non capire – per lasciare uscire la nostra personalità musicale (e non c’è nulla di male in questo, a patto di non usarla come scusa!) – come mai, questi fantastici armonicisti, usavano quelle note?

 

E no, non è un fattore di “viscere” ed “istinto”. Non solo, almeno. C’era metodo di lavoro musicale, dietro alle grandi registrazioni dell’armonica!

 

Se vi serve una prova di quanto affermo, credo che l’intervista di Jason Ricci su questo argomento e Little Walter in particolare possa mettere il cuore in pace a tutti:

 

 

 

Non è così assurdo ed è un pochino arrogante affermare che quei musicisti non sapessero cosa stavano facendo: non si crea grande musica a caso. Può succedere, ma non è così comune.

 

In ogni caso, loro stavano creando un genere, noi no. Direi che capire meglio cosa questi musicisti facevano, anche se magari non ce lo avrebbero spiegato con termini tipici del conservatorio (vista anche l’origine primaria del Blues stesso), da un punto di vista teorico-musicale dimostra rispetto e una certa furbizia: se capiamo la logica che sta dietro alla genialità, riusciamo sia ad apprezzare meglio l’artista che a comprendere meglio le note che vengono usate e poterci muovere agilmente sulla musica, sull’armonica, sulla scelta delle note (spostandosi quindi su questa o quella scala: quindi un diverso sapore al nostro suono) e delle posizioni, tanto per cominciare. Questo a prescindere dal linguaggio di un certo genere.

 

Interessante ciò che dice Charlie Musselwhite, sulle posizioni usate a Chicago dai due Walter, quando il premio Grammy Award frequentava i club nel pieno fervore del Blues Chicagoano:

 

 

 

Se alla comprensione di quanto sopra uniamo la comprensione della grammatica del genere che vogliamo suonare (tensione & rilascio, nel Blues, ci dice nulla?), allora saremo in grado di suonare davvero il genere e non fermarci a degli efficaci, ma forse prevedibili (quanto apprezzabili, capiamoci!) “esercizi di stile”.

 

 

Il grande Miles Davis, una volta, disse: “A volte ci vuole tutta una vita per suonare come se stessi!”. Iniziamo il viaggio?

 

 

N.B: onde evitare fraintendimenti, troppo frequenti e facili in quest’era dove – teoricamente – la comunicazione dovrebbe essere facile (ma viene spesso equivocata): non ce l’ho con gli armonicisti che decidono di approcciarsi allo strumento come “il Blues si suona di istinto”. Spesso invidio – sinceramente e in modo positivo e ammirato – la loro conoscenza del lessico (parlo del mondo del Blues, nel quale – all’incirca – mi muovo e ho “orecchio”).

Quello che però ritengo “limitante” e – a volte – totalizzante è il “dover” suonare così, altrimenti non è “giusto” in qualche modo (o – in maniera ridicola – “abbastanza Blues”). Forse, lo dico per voler innestare un dubbio, un modo di pensare “diverso” verso lo strumento e un punto di scambio di idee, è però limitativo non sapere, davvero, cosa stiamo facendo – almeno da un punto di vista musicale “riflessivo” (quindi non in tempo reale, anche se sarebbe l’ideale).

Ero – e sono ancora – un “trascrittore” di parti, ma nel tempo le sto guardando in modo diverso: prima cercavo i fraseggi identici per ripeterli perchè suonavano “fighi” e “giusti” e memorizzavo gli spostamenti e i fori (soffia qui, glissa di là e arriva al due aspirato…sul tre si piega un pochino, che suona giusto…), ora guardo le note suonate, pensandole in gradi e capendo che scala (o che parte di scala) viene usata e quante diverse versioni ne possiamo trarre, usando le stesse note (il tema di “My Babe” di Little Walter usa le stesse note del groove di “Help Me” di Sonny Boy Williamson II. FA LAb SIb, quindi I IIIb IV grado dell’accordo, due groove diversi!). Da lì si iniziano a capire diverse cose e a creare – con il tempo – frasi e rielaborazioni di fraseggi del tutto personali.

 

E’ ovvio, chiaro, lampante e indiscutibile che ci deve essere il “feeling”, ma quello è – realmente – soggettivo. Pretendere, però, di avere lo stesso feeling di Little Walter, Sonny Boy, Junior Wells, Sonny Terry, Big Walter, James Cotton, John Lee Williamson, Slim Harpo, Paul Butterfield, Jason Ricci, William Clarke, Kim Wilson, Mark Ford, John Popper, Jason Ricci, Toots Thielemans, Stevie Wonder, Howlin’ Wolf, Charlie Musselwhite, … sarebbe, per quanto apprezzabile e ammirevole, qualcosa che è stato meravigliosamente sentito, fatto comunque meglio e in maniera originale. E credo che, alla fine, l’essere onesti e originali ci renda unici e interessanti. 

 

Per essere unici e interessanti dobbiamo imparare ad esprimerci. Come abbiamo fatto con l’italiano o qualsiasi lingua straniera. Abbiamo imparato le parole (lessico di base), le regole grammaticali (l’equivalente della teoria musicale di base), i modi di dire e la cadenza (slang, o lessico del genere: quello che può essere un detto popolare o un dialetto di una regione piuttosto che di un’altra. L’unicità, no?) e le nostre esperienze di vita ci rendono ciò che siamo come persone e come modo di comunicare.

 

Nella musica, allo stesso modo, per esprimerci al meglio e comprendere gli altri al meglio (quindi i nostri eroi dell’armonica), conoscere qualche regola di base (o approfondire fino a soddisfare al massimo la propria curiosità) ci aiuta sicuramente nel nostro percorso di armonicisti. Percorso che ognuno di noi approccia come meglio crede (potrebbe non sembrare, ma sono per la totale libertà dell’individuo), dalle armoniche immerse nel whiskey (che per quanto dannoso trovo ancora meravigliosamente poetico e, perchè no?, gustoso) al “mojo” di certi suoni e “rituali” e all’istinto viscerale che sta dietro la magia musicale (rimane suggestivo e – in ogni caso – fa un parte della cultura Blues che va rispettata, quindi anche saperci dosare non ci fa male, secondo me – sempre per rispetto di un mondo che in qualche modo “saccheggiamo”), allungandosi al tecnicismo che sto scoprendo interessante, quanto “pericoloso”: è facilissimo cadere nel “senti che figata che so fare!” ma che in qualche modo “violenta” la musica. Dobbiamo sempre essere funzionali alla musica, altrimenti non stiamo davvero suonando, secondo me. Chiaramente invidio altrettanto il modo di suonare di chi l’armonica la “spreme” fino in fondo, con overblow – ad esempio – e scale che, uscendo dal contesto Blues in senso stretto, suonano comunque divine a livello musicale. 

 

La virtù forse sta nel mezzo? Tra il misticismo che avvolge la musica Blues, che innegabilmente è stata magnete di personaggi carismatici e pittoreschi che forse ci hanno fatto assaporare quel qualcosa che molti percepiscono, e il sapere come mai, musicalmente, quelle cose funzionavano e come saperle comunicare in maniera personale? Voi che dite?

 

Vi chiedo di comprendere che tutte queste osservazione sono per “amor di strumento” e “amor di genere”, non per polemizzare su nulla. Siamo in più di 7 miliardi, credo che alla fine – nella storia evolutiva del pianeta – non abbia questo grande peso, no? 🙂

 

Se avete letto fin qui siete stati molto pazienti. Grazie di cuore. – RG