L’armonica è uno strumento che esiste – semplificando – da inizio secolo e prima dell’avvento di internet.

 

Internet è stato un fenomeno che ha radicalmente cambiato la fruizione della musica, il music business e il modo di imparare a suonare gli strumenti musicali, la musica e di imparare l’armonica stessa.

E’ un discorso, quello dell’imparare a suonare prima e dopo l’arrivo di internet, che periodicamente viene a galla nei discorsi tra i musicisti, soprattutto della mia generazione (ho 35 anni, in questo momento) e di quelle passate e ho potuto confrontarmi con diversi tipi di musicisti sull’argomento.

 

C’è stato un video di Adam Gussow che mi ha particolarmente ispirato a scrivere questo post, meno tecnico e più filosofico, se vogliamo, ma dal quale spero si possa ricavare un momento di riflessione, di confronto e – se vogliamo – di crescita.

 

Interessante e di riflessione è la storia che Gussow riporta, presa da un’intervista su “Living Blues” Magazine: quando Junior Wells chiese lezioni a Sonny Boy Williamson II e racconta di come è andata.

 

“Gli chiesi (a Sonny Boy) di insegnarmi qualcosa. E mi disse: “dov’è la tua armonica?” La tirai fuori dalla tasca e lui me la prese, la gettò a terra e la schiacciò con il piede e disse: “quella non è un’armonica, devi andare a prenderne una! E mi devi comprare da bere”. Io risposi: “ok…”, quindi andai alla drogheria, mi presi una Marine Band e gli portai mezza pinta di whiskey. 100 Proof. Grand-Daddy. E mi disse: “ma che ti sembro un ragazzino?! Voglio un quinto (di gallone. Corrisponde a poco meno di un litro: 800ml)!”.

 

Quando gli portai il quinto ne bevve un gran bel sorso, si sedette e suono l’armonica. Poi disse: “Sai cosa?” “Cosa?” “Te lo faccio sentire ancora una volta” e io suonai quello che aveva suonato. E mi disse: “Sai cosa? Non imparerai mai a suonare e non sarai mai nessuno stupido come sei! E sai cosa? Vedi quella bottiglia di whiskey, l’hai comprata?” “Sì” risposi. “E’ mia!” tirò fuori il coltello, lo leccò e l’appoggiò di fianco alla bottiglia “e se ti azzardi a toccarla, bastardello, ti taglio quella ca**o di gola. E ora, vattene fuori dalle pa**e!”

Niente mi aveva fatto mai così tanto male, prima, nella mia vita. Gli dissi: “mi fai questo solo perchè sono un ragazzino!” (Junior aveva 10-12 anni all’epoca) “ma se fossi un uomo adulto non lo faresti mai!”. E rispose “L’ho appena fatto! Ora vattene fuori dai c******i!”. Piansi. Ora ero più determinato che mai a suonare l’armonica.

 

Tornai a Chicago e incontrai il Sonny Boy originale, John Lee, incontrai Little Walter e tutta quella gente e imparai a suonare correttamente. E fu al Theresa’s Lounge, dove facevamo il Blue Monday, che tempo dopo arrivò Sonny Boy una volta che venne a Chicago. Era seduto al bar: “Hey Junior, vieni qui, amico! Ti compro da bere!” gli dissi: “Ti dico solo una cosa: lasciami in pace!” e mi rispose: “So cos’hai…sei ancora arrabbiato per come ti ho trattato molto tempo fa, vero?” gli risposi: “certo…” e lui mi disse: “beh, ascoltati adesso! Hai imparato come suonare e lo stai facendo bene! Sono fiero di te! Se ti avessi fatto da baby-sitter non staresti ancora suonando…pensaci…ha senso?”

 

Dannazione, mi passò tutto per la mente e aveva ragione. Boom. Aveva ragione. Gli dissi: “Hai ragione!”. Mi disse: “Allora vieni a bere! Il prossimo str***o che viene a chiederti di insegnarli qualcosa, trattalo come ho fatto io! Vedrai che imparerà qualcosa a quel punto! E sarai fiero di lui…”

 

 

La storia è suggestiva e interessante e ci introduce ad un punto estremo di come l’armonica veniva insegnata tra gli appartenenti al mondo afroamericano.

 

Fare qualcosa di simile, oggi, è impossibile e fuori da ogni sano schema sociale. Però ci dà un’idea di come i tempi siano cambiati in meglio. Sono cambiati in modo sempre più veloce, passando per una mutazione verso una sempre minore intimidazione tra musicisti, tra “maestri” e “apprendisti”, passando per l’ascolto e lo scambio di informazione, arrivando allo studio su dischi, su libri e metodi, fino ad arrivare all’era dell’informazione praticamente infinita e gratuita.

 

Questa è data dalla “magia di internet” che però ha un rovescio della medaglia. Ho un’età che mi ha permesso di iniziare a studiare e a imparare l’armonica prima della popolarità di internet e, oggi, riesco a capire alcune differenze sostanziali tra l’approccio all’armonica di quando “c’era poco materiale in giro” e di oggi.

 

Quando si andava nel negozio di dischi a farsi consigliare dal negoziante di fiducia (di solito abbastanza esperto di Blues e affini) sull’acquisto di un album avevamo tempo da dedicare a quell’album. Ci toccava dedicare il nostro tempo a quell’album. Lo si apriva, si leggevano le note del disco, i più “feticisti” di noi annusavano addirittura la carta per qualche strana convinzione di poter apprendere meglio lo spirito della musica registrata anche dall’odore (poesia pura quei momenti), ci concedevamo un primo ascolto. Di solito questo primo ascolto rivelava subito alcune tracce che ci toccavano di più, che ci affascinavano, eccitavano o struggevano in maniera particolare.

 

Da quel momento si passava ad un secondo, terzo, quarto ascolto e si iniziava, armonica alla mano, a tentare di riprodurre i suoni del nostro armonicista preferito. Iniziavamo ad affezionarci a quel “bast**do” che riusciva a suonare quei lick e quelle frasi, quel solo e che aveva, magari, quel particolare modo di accompagnare che noi non riuscivamo ancora a capire, a suonare almeno dignitosamente.

 

E passavamo dei giorni su quel fraseggio, su quella mezza battuta di un solo di tre giri, magari, che ci affascinava e volevamo suonare senza mai riuscirci, finché arrivava il giorno in cui – BANG! – eccolo lì! Preso! E quanto lo avremo suonato di nuovo, felici e orgogliosi di averlo conquistato. E condividevamo con chi condivideva la nostra passione quello che avevamo, magari, scoperto.

 

 

Avevamo il lusso di saperci affezionare ad un pugno di armonicisti, non ad un numero infinito. Avevamo il dono della caparbietà e della passione. E della voglia di farcela e di riuscire a suonare le cose che sentivamo.

 

 

Non avevamo tantissimi ascolti a disposizione che ci facevano correre il rischio di diventare dei bulimici musicali e non avevamo lo sfortunato lusso della pappa pronta su YouTube con le tablature scritte da qualcuno. Se volevamo qualcosa di scritto, nella maggior parte dei casi, toccava farcelo da noi.

 

 

Non voglio assolutamente essere nostalgico! Oggi le lezioni online, via Skype e l’enorme archivio che è internet ci aiutano a scoprire – velocemente e senza intermediari – cose che non avremmo mai potuto trovare, magari, prima (se non grazie a qualche importazione dal Giappone che costava un’occhio della testa: ricordo un disco di Butterfield, importato dal Giappone, che costava qualcosa come 70mila lire, quando altri – sempre di Butterfield – li pagavi 20mila lire e non dovevi tradurti gli ideogrammi!).

 

 

Il rischio, però, di essere “distratti” da troppe influenze, di aspettarsi sempre che qualcuno o qualcosa ci faccia trovare la scorciatoia per arrivare prima al traguardo e la perdita della parte ostica, difficile e che all’apparenza è insormontabile e della vittoria personale nell’ottenere da sé (e con l’aiuto di un insegnante che sa dosare quanto dare e quanto lasciar “nuotare” da soli gli allievi) è tangibile e presente.

 

 

E la perdita di quella “tradizione” che è il Blues, la sua storia e il suo modo di essere tramandato più o meno direttamente e mantenuto vivo dalla personalizzazione dei micro-dettagli di ogni sua parte è, sembra, sempre più tangibile.

“Less is more” o, per dirla in italiano, “meno è meglio” credo che abbia, oggi, una valenza enorme.