Dopo aver analizzato microfoni ed effetti nella parte 1 e nella parte 2, vediamo questa volta una panoramica sugli amplificatori per armonica più diffusi, conosciuti ed usati. Cerchiamo di dividere gli ampli per gruppi in modo da capire meglio il loro utilizzo. Alla fine, tuttavia, ci saranno ulteriori considerazioni.

 

Una delle premesse da fare, anche se già suggerita in maniera più o meno velata nel corso di questi tre articoli, è quella che nella musica esiste, per ogni regola, almeno un’eccezione. Questo significa che come un microfono, combinato ad una certa catena del suono, mi da un suono che con un amplificatore di un certo tipo va bene per te, può essere orribile per qualcun altro. Questo significa che ogni affermazione che è stata fatta e che verrà fatta di seguito è – ovviamente – opinabile e vuole rimanere una linea guida per orientarci meglio nel mondo dell’armonica amplificata, nonostante porti con sé della soggettività.

 

Iniziamo quindi con un’affermazione importante sugli amplificatori per armonica: tendenzialmente preferiamo orientarci su un amplificatore valvolare. Questo perché, puntando ad un suono saturo e distorto tipico dell’armonica elettrificata, otteniamo – grazie alle valvole – una saturazione più calda e rotonda, meno simile al suono “acido” e “appuntito” degli amplificatori a transitor (suono che – tuttavia – può essere modificato con effetti e risultare simile a quello di un ampli valvolare).

 

Riconoscere un amplificatore valvolare è abbastanza semplice. Guardandolo da dietro (quindi dalla parte opposta a quella dove esce il suono), notiamo delle fessure (due, sul Bassman nella figura qui sopra). Dietro a quelle fessure sono presenti degli oggetti che sembrano lampadine. Quelle sono le valvole. Quelle più piccole sono quelle dette “valvole del pre” e quelle grandi (a volte nascoste e protette da un cilindro metallico) sono le “valvole finali”. Minore sarà il wattaggio dell’amplificatore, minore sarà il numero delle valvole.

 

Il Fender Bassman – l’ampli standard per gli armonicisti

 

 

Parlando di wattaggio possiamo dividere gli amplificatori in tre categorie: piccoli, medi e grandi.

 

 

Amplificatori Piccoli – sotto i 10 Watt


Gli amplificatori piccolini sono quelli che normalmente arrivano con un cono (altoparlante) da 8″, una valvola 6V6 finale e una 12AX7 come valvola del pre. Suonano abbastanza chiari, hanno attacco e il suono è un pochino slabbrato.

 

Il timbro di questi amplificatori non è replicabile altrove. Sono ottimi per uso domestico e in studio di registrazione o in situazioni a volume particolarmente basso. Non è pensabile, però, usarli in concerto con una band intera senza almeno microfonarli.

 

Tra i modelli più diffusi e usati: Fender Silver Face Champs, il raro Kalamazoo Model 2 e l’Epiphone Valve Junior. Il Fender Champion 600 (relativamente nuovo prodotto della Fender, nella sua riedizione) è una decente soluzione alternativa, se non vogliamo impegnarci troppo con il nostro, e magari primo, investimento.

 

Altri ampli da segnalare sono il Crate V8 e il VHT Special 6 Combo. Sembra che, almeno ultimamente, la VHT si sia guadagnata l’interesse della comunità degli armonicisti “entry-level” in giro per il mondo.

 

Poco conosciuto al grande pubblico il Crate V8 rappresenta una soluzione ottimale tra i piccoli amp
Epiphone Valve Junior: capace di dare interessanti soddisfazioni
Fender Champion 600 – 5 Watt e due valvole e la sola regolazione del volume.

Kalamazoo Model 2 – l’ampli “piccolo” per eccellenza degli armonicisti. Raro ma grandioso.
VHT Special 6 – la novità per gli armonicisti
Il grande classico Fender Champ Silverface

Amplificatori Medi – 10 ai 35 Watt

 

Salire di watt significa anche salire di volume, farsi sentire meglio è avere una diversa timbrica sull’armonica (spesso più carica di bassi e medi). Per fare questo ci vogliono (almeno) due valvole finali (meglio se 6V6). In questa fascia (solitamente intorno ai 12 watt, in realtà) troviamo alcuni ottimi ampli di casa Fender: Fender Black Face Princeton, il “mulo” Blues Junior (che, in qualsiasi versione, non ci lascia mai a piedi, quasi…).

 

Ci sono amplificatori della Peavey molto, molto validi su questo range di watt: il Classic 30 e il Peavey Delta Blues 2×10 sono ottimi amplificatori. Carichi di bassi, con un suono rotondo anche sulla distorsione, senza perdersi in definizione. Mentre i Fender tendono ad avere un proprio timbro che – per quanto si intervenga con l’EQ – rimane sempre presente (è una caratteristica che sento nei Fender che “o si ama o si odia!“), i Peavey sono più malleabili e il loro EQ pare, quindi più efficace nel cambiare la timbrica del suono.

 

Anche con gli ampli dai 10 ai 35 watt, incombe l’incognita di dover o meno microfonare l’amplificatore. Se il feedback inizia a farsi sentire, prima che l’armonica emerga dal suond globale della band, io opterei decisamente per microfonare l’ampli.

 

Fender Blues Junior, tra i più pratici e diffusi amp
Fender Princeton Silverface – vintage che funziona alla grande

Un vecchio Peavey Classic 30
Peavey Delta Blues, suono rotondo e potente

 

 

Amplificatori Grandi – 35+ Watt


Prima o poi vorrete avverare il sogno di qualsiasi armonicista. Farsi sentire.
Rod Piazza, armonicista Blues dal piglio West-Coast, diceva che l’armonica “deve essere lo strumento più alto nella band”. Tirare per il collo gli ampli presentati fin qui non avrà molto successo, in band. Vi mancherà, ad un certo punto, quella presenza sonora che gli altri strumenti elettrici hanno. Quella sorta di “spostamento d’aria” che loro fanno e noi no. Ed è qui che entra in gioco un ampli bello grosso.

 

Non è un caso se tutti gli armonicisti che suonano sui palchi di un certo tipo (e registrano musica di un certo tipo) suonano attraverso “bestioni” che hanno poco a che fare con i wattaggi che abbiamo visto fino a qui.

 

Possiamo comparare alcuni fattori. Con i wattaggi più bassi l’ampli satura a volumi che, per la pratica, sono accettabili e il rischio feedback è minimo, farsi sentire in band è normalmente impossibile. I wattaggi superiori sono un’ottima soluzione per le situazioni più contenute, a patto di avere volumi controllabili. La saturazione inizia a volumi controllabili e abbiamo un range di volume verso l’alto ancora accettabile prima che l’amplificatore inneschi. Quando i palchi sono più grandi, tuttavia, avremo bisogno di un amplificatore che spinga anche sulle frequenze più lente, quelle medio-basse. A questo punto entrano in gioco i wattaggi “superiori”, che con il loro saturarsi a volumi importanti e ad essere, a quel punto, proni al feedback, sanno regalare ottime soddisfazioni sonore e di presenza se gestiti attentamente.

 

Primo tra tutti questi amplificatori il famosissimo Fender Bassman – un must degli armonicisti. Il Super Reverb era usato, ad esempio, da Paul Butterfield (sembra ne usasse due, a volte!), il Fender The Twin Red Knobs è stato usato per anni da Charlie Musselwhite (che mi ha, chiaramente, contagiato ed è uno di quegli ampli che ho rimpianto di aver dato via, insieme al Bassman!). Un altro ampli da provare è il Fender Blues DeVille o addirittura il Music Man 212.

 

Il fratello più brillante del Fender Bassman: il Blues Deville
Il “mostruoso” Fender Super Reverb
Fender The Twin Red Knobs

Music Man 212: molto vicino ai Fender
Il grande classico degli armonicisti: Fender Bassman

 

Altre marche, i transistor e gli amplificatori “Vintage”.

 

Non ho approfondito marche come Gibson (le serie GA sono molto interessanti), Vox, Orange o simili semplicemente perché per praticità di mercato e standard sonoro queste sono le migliori disponibilità in Italia. Sono anche quelli più facilmente rivendibili nel caso i vostri gusti cambiassero (e lo faranno: cambierete modo di suonare, ascolti, necessità e pretese. Per fortuna!) e che vi permettono facilmente di “far spazio” nel caso vi serva cambiare ampli. Questo però non significa limitarsi: provate qualsiasi cosa vi incuriosisca e, se potete, fatelo dal vivo, dove domandate di più alla vostra strumentazione (magari per sopperire problemi di acustica). Se qualcosa “non vi convince” aspettate e non buttate i soldi in un acquisto che, probabilmente, in futuro vi infastidirà. Se qualcosa vi piace davvero, allora cercate di non farvelo scappare.

 

I Laney, ad esempio, sono una marca spesso poco considerata, di fascia di prezzo più bassa rispetto ai Fender, ma che sanno dare inaspettate soddisfazioni con i loro valvolari.

 

La considerazione più in alto sui valvolari vale anche per gli amplificatori a transistor. Ce ne sono alcuni in giro che sono molto interessanti.  Due di questi sono il Fender Red Knob Champ 12 e Red Knobs Princeton Chorus. Tutti ottimi amplificatori. Dipende, ancora, da cosa cercate, dal suono che avete in testa e dal contesto in cui lo usate.

 

Fender Princeton Chorus Red Knobs
Fender Champ Red Knobs
Spesso non considerato il Laney L5T è un ampli per armonica interessante

 

L’argomento tabù degli amplificatori vintage si affronta sempre con una certa riverenza. Ho invece un approccio romantico e pratico allo stesso tempo, propendendo però per la seconda.

Visto che, per fortuna, sono spesso in giro le prime considerazioni che faccio sull’ampli sono: suono, portabilità, robustezza, affidabilità. Non ho mai voglia di trovarmi a 4 ore di macchina da casa con un ampli che ronza e tre concerti da fare, come voglio avere il miglior suono possibile con un ampli che sia trasportabile (peso & spazio) e abbia un suono soddisfacente e che mi diverta suonare. Quindi, davvero voglio un ampli vintage? Per la loro storia, per il suono che secondo me è più caldo e rotondo, per il loro valore e rarità sì.

Proprio perché li vedo come reliquie sacre, capisco che trasportarli in tour dove posso prendere urti, rimanere in auto sotto il sole ed essere trattati in maniera poco gentile, a volte, sarebbe far loro del male.

 

Un ampli vintage, inoltre, ha bisogno di essere revisionato da chi sa cosa sta facendo e quale ampli sta maneggiando. Uno strumento vintage va trattato delicatamente. Lo userei per registrare in studio, chiaro, in certi contesti. Ma anche qui la domanda prima di acquistare è: “e poi quanto lo uso in studio?“.

 

E’ vero anche che alla passione e al fascino del vintage non si comanda, ma questa è un’altra storia. Prima di fare un acquisto del genere, però, vorrei essere sicuro di capire bene le differenze timbriche, di suono e il tipo di risultato che sto cercando. Gli amplificatori con una storia costano.

 

 

 

Qual’è il miglior amplificatore per armonica?

 

Non c’è una risposta definitiva. Mai. Come abbiamo visto esistono diversi contesti e innumerevoli combinazioni lungo la nostra catena del suono per avere una risposta assoluta.

 

Esistono delle caratteristiche che sono già state individuate in un post di qualche tempo fa.

 

Gli amplificatori Boutique.

 

Da qualche anno ormai sono nati degli artigiani che costruiscono amplificatori pensati per armonica. Spesso ispirati alle circuitazioni di amplificatori famosi (come il Fender Bassman) e modificate per essere harp-friendly. Questo significa che – nonostante le sembianze siano simili ai Fender – le componentistiche (coni, circuiti, eq, …) sono cambiate per far diventare l’amplificatore più responsivo su certe frequenze, meno incline al feedback, con una saturazione migliore e un sound generale nettamente migliore.

 

Anche in questo caso, sapere perché si acquista un amplificatore boutique è essenziale. Se ci pentiremo dell’acquisto sarà sostanzialmente impossibile rivenderlo e rimarrà parcheggiato in casa un ottimo amplificatore che ci ha impegnato economicamente. Sapendo ciò che si fa, tuttavia, questi amplificatori sono davvero divertenti.

 

Le migliori e più affermate marche sono:

  • Meteor Amps (Kim Wilson; Mark Hummel)
  • Marble (con una linea dedicata all’armonica. James Harman)
  • Harp Gear (Jason Ricci; Charlie Musselwhite)
  • Victoria (liuteria che ricrea i Fender in stile originale)

 

 

Considerazione finale.

 

C’è un modo di dire americano che spiega bene un concetto: garbage in, garbage out. Se ciò che entra – andando a ritroso – nel nostro ampli, in uno dei nostri pedali, nel microfono fa schifo, quello che uscirà dall’amplificatore sarà l’amplificazione di quella cacofonia. Il suono acustico è importante quanto quello elettrico. Se un ottimo cantante canta attraverso un impianto audio mediocre, la performance non sarà delle migliori, ma rimane un buon cantante, con una buona voce e che magari riesce ad emozionare. Se uno stonato, d’altro canto (scusate il gioco di parole), urla davanti ad un microfono stupendo collegato all’impianto audio più bello e potente del mondo…cosa ne uscirà?

 

Imparando quindi ad orientarsi sul suono acustico, sui microfoni, sull’effettistica e sugli amplificatori avremo un’idea completa di ciò che accade sulla nostra catena del suono e quali sono gli interventi che vogliamo affrontare per raggiungere il suono elettrico che tanto bramiamo.

 

Grazie per avermi seguito fin qui, spero sia valsa la pena.